lunedì 30 dicembre 2013

*Best of 2013: pop chart*

Il difficile è essere costanti e portare avanti un blog, anche se infarcito di cavolate e aggiornato una volta ogni milleduecento anni, è dura. Trovare argomenti nuovi o anche solo trovare tempo per scriverne, non è roba da poco.
Che si tratti di musica, di libri (che ultimamente non ho tempo di leggere), mantenere l'esercizio di scrittura è davvero, davvero, davvero difficile.
Durante il 2013 avrò pubblicato sì e no una ventina di articoli e tutti traballanti sia per struttura che per argomenti.
Quindi, chapeau a chi riesce a portare avanti quotidianamente un blog anche lavorando fuori tutto il giorno: invidio la capacità d'essere multitasking che 'manco la dea Kalì.
Comunque, vorrei dedicare spazio alla classifica di fine anno ma questa volta, la voglio dividere in due: "pop chart" e "indie chart".
Dato che ho smesso di darmi arie da hipter radicale, ho deciso che se volevo essere veramente diversa avrei dovuto dedicare attenzione anche alla corrente pop della musica e quest'anno voglio dedicare una classifica anche a chi della musica di nicchia, non frega niente.
Tra l'altro, voglio attingere al mio nuovissimo potere riassuntivo e accorciare entrambe le classifiche che saranno da 5 album l'una (anche se è stata durissima ridurre all'osso e quindi scegliere il meglio del meglio).



Gabrielle Aplin--English Rain
*top 5 Pop Chart+1*

5. Gabrielle Aplin -- "English Rain": bellissimo album, niente da dire. Particolarmente adatto da ascoltare in questo periodo dell'anno uggioso e freddo.
Qui la mia recensione.









Lorde--Pure Heroine
4. Lorde -- "Pure Heroine": ok, è piuttosto di nicchia per essere considerato un album pop ma, andiamo, queste sono sonorità più hip hop che trip hop. Più disco che soul. Più "vorrei tanto essere hipster ma sono mainstream in modo quasi teatrale". Comunque, adoro questa ragazzina e trovo il suo talento promettente quindi, la premio per essere una nuova leva di qualità. Certo è che "Royals" ti entra in zucca e non ti molla più per giorni. Virale.






Birdy--Fire Within
3. Birdy -- "Fire Within": a metà tra Florence Welch e Bon Iver ci sta lei, Birdy (aka Jasmine Van Den Bogaerde). Una fanciulla biondina e dal viso d'angelo che ha deciso di seguire strade diverse da quelle battute (!), da certe sue colleghe semi-coetanee. Da apprezzare per il coraggio di andare controcorrente e da sostenere per le capacità compositive. Birdy suona il piano e scrive da sola le liriche dei suoi pezzi. Questo suo secondo lavoro, che segue il precedente album di debutto interamente costituito da cover, è un alternarsi di brani power-pop e di ballate al pianoforte che mostrano l'animo di sognatrice di questa sedicenne inglese.
Anche quest'anno, si riconferma un ascolto tra i miei preferiti.




Beyoncé--Beyoncé
2. Beyoncé Knowles - "BEYONCE'": qualcosa da ridire? Avete qualche lamentela? Non vi sta bene la chart? Andate a lamentarvi da un'altra parte! Così vi risponderebbe la signora Knowles - ehm, Carter.
Per quanto mi piaccia la produzione del suo dolce maritino (Jay-Z per chiunque sia appena atterrato dalla luna), lei lo batte su tutta la linea. E' una tosta ma vende. Insomma, vende senza perdere di credibilità e questo lo sanno fare veramente in pochi. L'ultimo lavoro, uscito il 13 dicembre scorso, è veramente ben fatto. Qualità assoluta senza perdere mai di vista le vendite e i numeri. 
C'è chi lo ha definito un album più intimo e ben più convincente dei precedenti e c'è chi ha gridato all'eresia.
Personalmente già al primo ascolto, l'ho trovato un ottimo album pop. Godibile anche perchè più profondo e meno danzereccio dei predecessori. Qualità.



JT -- The 20/20 experience - part 2
1. Justin Timberlake -- "The 20/20 Experience" part 1 e part 2: un genio, nient'altro da aggiungere.
La recensione completa.












Katy Perry -- Prism
+1: come potevo non citare Katy Perry? Con "Prism", ha fatto boom di vendite: zucchero filato e caramelle alla cannella sono la ricetta di base di questo nuovo lavoro della cantante americana. A differenza di Lady Gaga questa donzella sa come rimanere sulla cresta dell'onda. E poi è gnocca, se non vende lei chi altri mai potrebbe? Flower Power









Alla prossima per la classifica dedicata alle uscite indie.




lunedì 18 novembre 2013

"Scott Pilgrim" di Bryan Lee O'Malley

"Scott Pilgrim - Una vita niente male", la cover del primo volume italiano

Il mio ragazzo è un nerd; di quelli fatti e finiti (anche se lui nega con decisione).
E ci sono certe cose, che solo un nerd può conoscere e amare.
Come questa serie a fumetti che, questione di tempo, era scontato sarebbe arrivata tra le mie mani.
Premetto che di fumetti me ne intendo una cosa giusta (meno che di musica quindi pensate un po' che roba), per cui mi limito a giudicare secondo il mio personalissimo gusto.

La trama è semplice, come è semplice la vita del protagonista da cui la serie prende il nome.
Scott suona il basso in una band ed è uno scansa fatiche con un inspiegabile successo con le ragazze. Nonostante esca già con la diciassettenne Knives Chau, si innamora a prima vista di una ragazza che comincia ad apparirgli in sogno e che ben presto scoprirà, esistere veramente: la misteriosa Ramona Flowers.
Questa ragazza è destinata a diventare la sua croce e delizia perché per stare con lei, sarà necessario sconfiggere i suoi sette malvagi ex. Riuscirà Scott a sconfiggerli tutti, realizzando il sogno di trasformare "una vita niente male", in una vita fantastica?

Dunque, come vi dicevo, niente di più semplice e niente di più divertente.
Lo humor si spreca, i personaggi assurdi pure, la grafica e il tratto di O'Malley contribuiscono a caricare di comicità delirante e anche di un pizzico di tenerezza la storia. Di certo non ci si annoia mai durante la lettura e non si finisce più di ridere nemmeno a mano a mano che si scopre sempre di più a riguardo del passato di Ramona o si legge delle idiozie che dice o fa Scott. 
Tutta la storia è, ovviamente, accompagnata dalla musica: sia quella suonata dal protagonista e dalla sua band, sia nelle t-shirt dei vari personaggi, sia come parte integrante della storia (e come potrebbe essere altrimenti quando lo stesso O'Malley è anche un musicista?). Inoltre, si sprecano le citazioni a film, telefilm, band musicali, videogiochi e non possono mancare quelle auto-citazionistiche. Tutto materiale che per un nerd è pane quotidiano ma che possono appassionare anche un lettore meno esigente. 

I volumetti sono sei e sono stati pubblicati in Italia dalla Rizzoli, collana Lizard; il costo per ogni volumetto è piuttosto altino perché parliamo di 10 euro ad albo ma giustifico questa cosa sapendo bene che una casa editrice non specializzata in pubblicazione fumetti avrà costi più alti per produrne uno. Inoltre, si tratta di un titolo piuttosto di nicchia che non è mai garanzia di vendite assicurate, ergo: prezzi catastroficamente alti.
Comunque è un buon prodotto; per quanto manchi la sovra-copertina (che secondo me sarebbe stata quasi d'obbligo per dare maggior pregio alla pubblicazione), la copertina rigida è piuttosto spessa e resistente.
Le pagine sono bianche e hanno un buon spessore per cui il rischio di piegare le pagine è inferiore, e mi paiono anche ben salde alla costa del volume - senza troppi rischi che ti rimangano in mano.
L'inchiostrazione è ottima e mette in evidenza il tratto netto con cui l'autore disegna.

In definitiva la storia originale e la sua pubblicazione pregiata, ne fanno un fumetto da collezione ma anche un regalo da fare a un amico, per esempio.
Quando il mio ragazzo mi ha proposto di dividere la spesa ho accettato immediatamente e non mi sono tirata indietro nel condividere un po' di sana nerditudine con lui. 





venerdì 18 ottobre 2013

Justin Timberlake, "The 20/20 Experience, part 2 of 2" - Recensione

JT -- The 20/20 Experience part 2 of 2 (Deluxe)

voto: **** 1/2

A pochi mesi dall'uscita della prima parte, ecco arrivare la part 2 of 2.
Ancora non mi ero stancata pienamente del fratello maggiore di questo LP ma ero esageratamente curiosa di sapere cosa avrebbe proposto JT in questo secondo tempo.
Tutti a chiedersi cosa ne sarebbe venuto fuori: una serie di scarti dalla prima parte? Una manciata di canzoni abbozzate e dalla scarsa qualità tanto per cavalcare l'onda del successo scaturita dal primo?
Ciò che invece ci ritroviamo per le mani (noi che ancora abbiamo la bella abitudine di comprare i CD originali), è un'onorevole seconda tranche che prosegue ideologicamente la prima - e il ponte perfetto tra le due è il singolone "Take Back The Night" - e che non tradisce la qualità e la cura che erano state caratteristica principale della part 1.
Alla produzione troviamo sempre Timbo e la stessa voglia di sbizzarrirsi; quello lievemente cambiato è proprio Timberlake che qui s' allontana un po' dall'immagine di crooner in completo suit&tie, per proporre il suo lato più notturno, quello con più voglia di ballare e meno ingessato... quello senza il papillon, insomma!
L'album si apre alla grande con la tripletta "Gimme What I Don't Know (I Want)", "True Blood" (citazioni vampiresche a parte), e "Cabaret"; quest'ultima è  la chiusura perfetta di un trio di brani niente male che nascono proprio con lo scopo di far ballare l'ascoltatore. Qualcuno ha criticato l'esagerata lunghezza di "True Blood" (9 minuti e 32 secondi), ma personalmente apprezzo l'ideologia alla base di canzoni tanto lunghe: in quest'epoca in cui il pop è più usa e getta che mai, perché non creare qualcosa di commerciale ma che può essere goduto comunque con la massima calma e attenzione?
Segue "TKO", secondo singolo estratto erede di "Mirrors". In questo pezzo ci si avvicina maggiormente a sonorità hip-hop pur non trascurando quella che è stata fino adesso la produzione di Timberlake.
Non si può ignorare nell'ascolto "Take Back The Night", un omaggio alla soul music anni '70 per poi cambiare registro con "Murder" - decisamente molto più di ispirazione ghetto style e tanto più oscura (dove un ironico Jay-Z se la prende con la pussy di Yoko Ono, addossandole le cause della separazione dei Beatles).
"Drink You Away", è la variazione al tema: chitarra acustica, dinamiche soul-blues per un brano dal ritmo incalzante ma che in realtà parla della fine di una storia che il protagonista non riesce a dimenticare nemmeno grazie a litri d'alcol.
Uno dei brani migliori, davvero.
Da applausi ci sono però, "Amnesia" (adoro quando Justin e Timbaland si cimentano con sonorità old style), e "Only When I Walk away". Quest'ultima, come ormai è stato sbandierato da tutte le parti, è stata campionata da un brano anni '70 dell'italianissimo Amedeo Minghi, ma è il risultato finale quello che conta: un godibilissimo pezzo pop con influenze rock (ma solo influenze, eh), e un finale da stadio con vuvuzela annesse.
Entrambi i brani sono la dimostrazione che quando Timberlake e Timbaland si cimentano nell'attualizzazione di sonorità vintage, riescono sempre a centrare il bersaglio.
Il finale viene affidato a "Not A Bad Thing"+"Pair Of Wings" (hidden track), che riassumono quello che in sostanza è stato il periodo passato con gli 'N Sync ma ri-attualizzato alla sensibilità dell'odierno JT.
Non sono due tracce propriamente in linea con quanto si è ascoltato fino adesso (in entrambi i dischi), dove ritmi soul e caratterizzazioni cupe sono matrice da cui si sviluppa tutto il lavoro ma non nascondo che, per quanto non rientrino tra i miei brani preferiti, smorzano decisamente l'atmosfera e permettono di ricominciare l'ascolto senza troppi intoppi o la sensazione che l'album non si sia mai concluso.

Dunque, tiriamo le somme come promisi nella recensione della prima parte di "The 20/20 Experience" (qui: http://loveformusicandbooks.blogspot.it/2013/04/the-2020-experience-recensione-justin.html).
Sommati, gli album raggiungono un livello davvero ottimo; un po' per la quantità esagerata di brani inediti rilasciati - 22 in meno di un anno non sono roba da poco - e dunque nella quantità è facile si nasconda la qualità per uno come Timberlake.
Un po' per la cura maniacale con cui entrambi gli LP sono stati prodotti: non una sbavatura, non un pezzo fuori posto.
Certo, presi singolarmente alcuni brani possono non convincere ma ascoltando i due album uno di seguito all'altro - ed è per questo che Timberlake ha rilasciato una versione completa intitolata "The 20/20 Experience - The Complete Experience" - si evince chiaramente l'intenzione di fondo che prevede l'omogeneità totalitaria dei due lavori. 
Ciò che Timberlake e Timbaland volevano mettere a segno era una contro-mossa che li riconfermasse signori assoluti del soul e dell'Rn'B moderni: se "FutureSex /LoveSound", possedeva le sonorità futuristiche da cui poi tutti hanno tratto ispirazione del corso degli ultimi sette anni, "The 20/20 Experience" - parte 1 e 2dimostra quanto sia ancora possibile lavorare con sonorità vintage - idee vintage - e riproporre un lavoro comunque moderno e coinvolgente. Di classe, godibile e raffinato come pochi altri. 
Per tutte queste ragioni si può quasi dire che ci troviamo di fronte al miglior album pop del 2013.

Per chiarezza, riporto le varie versioni uscite nel corso dell'anno di entrambe le due parti.

"The 20/20 Experience"
   versione standard
   versione deluxe
  versione vinile

"The 20/20 Experience - part 2 of 2"
  versione standard
  versione deluxe
  versione vinile

"The 20/20 Experience - The Complete Experience"

  versione unica 


lunedì 14 ottobre 2013

Anna Calvi, "One Breath" - Recensione

Anna Calvi -- One Breath

voto: ****

Di anni ne sono passati ben due dall'album di esordio. L'attesa più lunga mai affrontata, sul serio.
Sono diventata Anna-dipendente ascoltando il primo album che tutt'ora rispolvero con piacere ogni volta rinnovato e non vedevo sinceramente l'ora di poter ascoltare questo nuovo lavoro. Volevo sapere cosa ci fosse dietro l'hype spinto che è stato costruito attorno a questa nuova uscita, attorno a questa artista che a mio parere non necessita di tanti orpelli per farsi notare. Ma, si sa, l'industria discografica è diventata brava nel pubblicizzare belle ragazze e a seppellire la loro buona musica sotto tonnellate di fotografie patinate.
Arriviamo al dunque e parliamo dell'album.
E' il secondo album per eccellenza, quello che conferma all'interno di una carriera musicale se l'artista avrà futuro mercato o meno. In termini puramente economici, Anna è decisamente commerciale nell'ambito indipendente soprattutto in madre patria e in Francia.
La sua voce potente e il suo aspetto fisico intrigante, di certo l'aiutano molto a livello di marketing. Ma è la struttura dell'album quella che ci interessa in questa sede e di cui parlerò con sincerità.
L'album è ottimo.
Non ci sono storie di sorta; Anna comincia a essere l'artista matura e completa che ha sempre desiderato essere traendo ispirazione da più fonti e unendole sotto lo stesso stile.
Qui c'è Jimi Hendrix come sempre, ci sono i The Kills e c'è anche Sergio Leone con le sue atmosfere rarefatte ed eroiche da Spaghetti Western. Tutto funziona alla grande e questa commistione crea i sound più disparati alla mercé dei gusti più raffinati.
E' vero anche no, per esempio, che "Sunddently" pare una out take da "Anna Calvi": forse sarà un pezzo ritmato alla "Blackout" ma lo xilofono che ben si distingue in sotto fondo, è una novità assoluta. Si ritorna alle vecchie glorie con "Eliza" (comunque un brano eccellente), è vero ma, dalla traccia successiva avviene il capovolgimento. "Piece by Piece" è così delicata che non pare nemmeno scritta dalla Calvi: mancano le quasi onnipresenti schitarrate (!), il down tempo viene sintetizzato e la voce è ridotta a un sussurro per tutto il brano. Qui Anna si avvicina moltissimo alla sensibilità tipica del duo anglo-americano The Kills, con i loro brani sotterranei e viscerali.
Forse il brano più ispirato del lotto è l'onirica "Sing to Me"; capolavoro di un sentimentalismo inaudito, mai zuccheroso ma sempre glorioso nella sua orchestrazione (ecco il Sergio Leone di cui parlavo prima), piena e d'impatto.
Anche la voce di Anna è particolarmente ispirata in questo nuovo lavoro, prendendo a piene mani dal repertorio di Edith Piaf e riproponendocelo in versione 2013, dimostrando di aver interiorizzato al massimo la lezione della chanteuse francese. 
Non manca di stupire nemmeno "Carry Over Me" con la sua coda finale di archi che chiude il brano in toni quasi di sogno per non parlare della sensualità intrinseca di certi pezzi come "Bleed Into Me" ("(...) go deeper, deeper, deeper").
E anche se sono in maggior numero i brani "lenti" e introspettivi rispetto a quelli arrabbiati o che richiamano la cavalcata delle Valchirie alla "Susan and I", per tutto l'album aleggia un'aura di grandiosità ed eroismo che ormai è sedimento principale del sound della Calvi.
Perfino nei titoli c'è dell'epica come in "Tristan"; ritmo sostenuto, rabbia nella voce e accordi che colorano il brano di accesa rossa passione. Impossibile non farsi trascinare.

Mentre l'esordio fu una magistrale dimostrazione di talento quasi chirurgicamente perfetto, il secondo LP è una caduta libera verso la consapevolezza di sé, della propria arte e di quel lato oscuro e intenso che risiede in ognuno di noi e che Anna ha deciso di esorcizzare mettendo in musica. Il lato gotico della Calvi viene qui messo in pieno risalto - come una sorta di luce che va ad illuminare le parti in origine oscure - nella voce resa raschiante dagli effetti sonori, dalle corde della chitarra tese a creare riff secchi e incalzanti, dalla batteria che pesta ogni colpo con rinnovata ira.
La furia di Anna non si è calmata: è stata invece incanalata verso il dolore.
"One Breath", sta per quell'attimo prima che tutto cambi - non importa se in positivo o in negativo, fa comunque paura e da un senso di vertigine. Anna ci invita ad affrontarlo come un regalo perché ci renderà più forti in un modo o nell'altro, così come è successo a lei.



Ascolti consigliati: "Sing to Me", "Tristan", "Carry Me Over", "Bleed Into Me".

sabato 7 settembre 2013

Diane Birch, "Bible Belt" - Recensione

Diane Birch - Bible Belt
voto: ****

Questa giovane pulzella nata nel Michigan ma che ha poi vissuto nelle città di mezzo mondo, è un piccolo talento della soul music.
E' bianca, è già questo è strano, e modaiola che la rende un prodotto poco vendibile come fiore all'occhiello del genere soul/gospel. 
Eppure è una che di musica gospel ne ha ascoltata parecchia, senza contare le influenze soul e blues ché anche quelle sono state numerose (ascoltare per credere la scelta di cover che compaiono nell'EP "The Velveteen Age").
E' una cantautrice che all'estero ha ottenuto poco mercato, rimanendo artista di nicchia per i pochi intenditori in madre patria. Eppure Diane Birch nel 2009 pubblicava questo "Bible Belt", che come opera prima si faceva notare sotto molti punti di vista.
Primo fra tutti, la vocalità della Birch che accosterei a moltissime artiste del passato ma che trova pochi paragoni nel presente soprattutto per la grande capacità di dare un tocco di modernità a un genere polveroso come questo. In ogni caso, una voce calda e che non ha timore di sfiorare le note più basse come quelle alte e che ti accompagna dolcemente e piacevolmente lungo tutto il cammino.
Le capacità compositive sono un altro punto a favore; Diane sforna pezzi dal ritmo travolgente ("Valentino", "Fools", "Dont' Wait Up"), e li alterna a brani dolcissimi ("Fire Escape", "Rewind"), che canta con un trasporto percepibile mentre il brano gira ininterrottamente nell'iPod. Oppure ti sorprende con un pezzo che inizia come una ballata romantica e che sembra seguire il solito schema strofa-ritornello-ponte-ritornello e invece termina con in coda due minuti e mezzo di puro gospel ("Photograph"), o con un brano che sembra fuoriuscito direttamente dal repertorio dei The Doors ("Choo Choo"), con quelle tastiere acide di cui senti la nostalgia ogni giorno da quando Jim Morrison se n'è andato.
Le lyrics sono un'altro punto di forza di questo bel lavoro; mature e pulite eppure non scontate come nel piccolo capolavoro di "Forgivness", dove la Birch si esprime al meglio e con chiarezza disarmante in poche parole: "Your love, no ain't worth coursin'. Your heart ain't worth hurtin' ".

E allora perché quattro stelle e non cinque? Semplicemente perché è un LP di debutto e non è detto che lo stile di Birch abbia finito di evolversi e non è detto che la ragazza non possa cedere alle tentazioni del libero mercato e decidere di darsi a qualcosa di più pop (spero non all'ippica, invece).

Da ascoltare in abbinamento al già sopra citato EP, "The Velveteen Age", che è da considerarsi il backfire di questo "Bible Belt".

The Civil Wars, "The Civil Wars"- Recensione

The Civil Wars - The Civil Wars 
voto: *** 1/2

Dopo essersi affermati nel panorama musicale più indipendente e tra i cultori del genere country-folk con un album d'esordio acclamato anche dalla critica, il duo The Civil Wars ritorna con un LP omonimo.
I colori plumbei della copertina sono una sorta di biglietto da visita che introduce al meglio il mood di questo album, oscuro e intimista.
Ma il font delicato utilizzato per scriverne il titolo, lascia intendere che la dolcezza di fondo non se n'è andata.
Un lavoro agro-dolce dunque, quello che ascoltiamo brano dopo brano; un album che inizia con quello squarcio di dolore che è "The One That Got Away" (il brano che più strizza l'occhio al folk-blues dell'intero pacchetto), ed è subito seguito da "I Had Me a Girl" - piccolo gioiellino di blues acustico il cui attacco ricorda inesorabilmente lo stile Black Keys.
Con "Same Old Same Old", arriva la tristezza vera, quella che non ti lascia nemmeno dopo essere passati al brano successivo; una "Dust to Dust" che coglie i Nostri in piena forma.
Uno dei veri gioielli dell'album rimane "From The Valley", imbattibile nell'esprimere all'ennesima potenza l'anima country-folk di Joy Williams e John Paul White. Seguita a ruota da una "Devil's Backbone" che a mio parere, è da brividi.
A livello stilistico e tecnico non siamo di fronte a un LP complesso - proprio come nelle intenzioni del duo - ma abbiamo una serie di brani suonati principalmente in acustica, come vuole la tradizione country, perlopiù arricchiti da accordi in elettrica e da una batteria comunque poco preponderante. E' sul piano canoro che i The Civil Wars si esprimono al meglio, raggiungendo livelli di emozione molto alti e dove riescono a sfaccettare ulteriormente i loro brani cantautorali. 

A tratti questo album appassiona, veramente, mentre quando lo si ascolta con poca attenzione si rischia di perdere la concentrazione necessaria per assorbire un lavoro così intimista e profondo. In ogni caso, è assolutamente consigliato agli appassionati del genere.

Ascolti consigliati: "The One That Got Away", "I Had Me a Girl", "Same Old Same Old", "Devil's Backbone", "From The Valley", "Oh, Henry".

giovedì 8 agosto 2013

Libertà, Jonathan Franzen - Recensione

Freedom - Jonathan Franzen
Come puoi recensire e votare un libro che viene considerato - ed effettivamente è - un capolavoro della letteratura americana moderna?
Non puoi; al massimo puoi limitarti a darne un giudizio sommario e generico, consigliandolo o meno ad amici e conoscenti.
Nel mio caso, proverò a spendere qualche parola in più senza cercare di perdermi troppo nei meandri di una recensione che sarebbe molto più grande di me.

Vi lascerei anche il link che vi porterà dritti dritti alla pagina del sito web della Einaudi in cui compare la recensione scritta da Paolo Giordano; uno che le parole le sa usare certamente bene e sicuramente meglio di me:
http://www.einaudi.it/speciali/Paolo-Giordano-su-Liberta

Ho pensato e ripensato a cosa scrivere, come esprimere al meglio lo stupor provato mentre leggevo di una famiglia borghese americana come quella dei Berglund, che viene sviscerata e analizzata sotto ogni punto di vista. 
Mentre affondavo tra i rapporti umani vischiosi e fragili e mentre entravo a stretto contatto con la depressione che attanaglia molti dei personaggi; una malattia così diffusa, in realtà, da lasciare amareggiato anche chi ne ha sempre e solo sentito parlare.
I Berglund sono una famigliola qualsiasi, che vive in un tipico sobborgo americano; poco dopo il matrimonio un giovanissimo Walter e un' ancor più giovane Patty acquistano a poco prezzo una casa che impiegano anni a ristrutturare. In quella casa crescono i loro due figli, Jessica e Joey, e sempre in quella casa la famiglia comincia a sgretolarsi a poco a poco, sotto il peso di responsabilità, desideri mancati, sogni infranti, speranze vane, ideologie che devono scontrarsi con lo scorrere degli anni e dei piccoli eventi contrari che costellano le esistenze di ogni essere umano.
Patty, che all'inizio della storia viene descritta dal vicinato come di una bontà costruita e di facciata, è il motore della storia; da lei dipendono molte delle infelicità che affliggono il suo piccolo nucleo familiare - in quanto da sempre indecisa nella scelta tra il marito Walter e il di lui migliore amico-musicista, Richard Katz (che è l'antitesi di Walter; menefreghista, edonista e di un egocentrismo spaventoso). 
Ma è la concomitanza di eventi e l'intrecciarsi di caratteri opposti tra cui vige l'incomunicabilità, che farà precipitare gli eventi; l'idealizzazione che Walter fa della moglie e la sua cieca speranza di agire per il bene dell'ambiente, di cui è da sempre strenuo difensore.
I caratteri dei figli che si formano con il passare degli anni e che si distanziano sempre più da quello dei genitori, è l'altra componente critica che manda l'idillio al catafascio.

Ma, come dice anche il signor Giordano, è impossibile riassumere brevemente la trama di questo romanzo realistico e crudo al tempo stesso; l'intreccio si stratifica e si solidifica a mano a mano che la storia e gli anni avanzano, fino allo scioglimento finale che dispiega la matassa e chiude la storia in modo circolare.
I personaggi/attori che compaiono all'interno della vicenda sono tra i più complessi e profondi che io abbia mai incontrato nella storia di un autore occidentale moderno, e la dovizia con cui i loro sentimenti vengono portati allo scoperto, quasi chirurgica.
Impossibile non immedesimarsi con almeno uno di loro; impossibile non capirne ed esaltarne i pregi e compatirne i difetti mastodontici che però, li rendono tanto umani.
La prosa di Franzen, è lodevole; parlare per 600 pagine di vite qualsiasi - delle dinamiche di un matrimonio e delle conseguenze a cui scelte affrettate portano - senza mai annoiare il lettore, è un'abilità data a pochi eletti.
Non ci sono costruzioni verbali complicate o ampollose, ma solo acutezza secca e diretta. L'ironia di Franzen nel descrivere certe situazioni dilaga attraverso il punto di vista dei suoi protagonisti, soprattutto da quello della "sua" Patty, così ironica e auto ironica nei confronti dell'esistenza e della società.
La società americana qui compare in tutte le sue contraddizioni: la patria del sogno americano che si sgretola sotto il peso della corruzione e del Dio Denaro. Una lettura lucida e critica nei confronti della guerra in Iraq, basata esclusivamente su scopi di lucro; l'impotenza delle piccole genti che per trovare un posto nella società, sono costrette a silenziare le coscienze.
La dendroica cerulea, che fa la sua comparsa anche in copertina, ad un certo punto acquista un valore più che rilevante; è la morte ideologica delle identità e dei sogni da ragazzi, l'estinguersi della coscienza dell'individuo e della sua affermazione.

Un romanzo complesso questo "Libertà" di Franzen; porta questo titolo emblematico che in realtà ne decanta la totale assenza, senza mai parlarne apertamente.
Perfino le dinamiche sotterranee di una famiglia non sono mai prive di legami obbligati e obbliganti: tanto più spesso è necessario comportarsi in un certo modo per salvare le apparenze, per non incombere nella critica spietata di una società troppo bigotta e chiusa.
Un romanzo importante, che descrive una fetta consistente di società e dei suoi valori effimeri.
Un capolavoro moderno, che merita la pazienza di essere letto fino in fondo.

martedì 30 luglio 2013

Gabrielle Aplin, "English Rain" - Recensione

Gabrielle Aplin - English Rain

voto: *** e 1/2

Prima di cominciare con la recensione, devo fare le mie scuse per l'enormità di tempo impiegato a pubblicare quest'ultima fatica: ero bloccata, lo ammetto.
Ma non per questa recensione in particolare ma, più in generale, per una totale mancanza di favella, nonché per una stanchezza dilagante. In ogni caso, alle buone anime che solitamente leggono queste mie poche sciocchezze, rinnovo le mie scuse.
Ma, ora cominciamo...

C'è chi la scambierebbe per una neo-Taylor Swift. Niente di più sbagliato.
A Swifty, questa Gabrielle Aplin, da il giro almeno di  quattro o cinque volte.
Ero scettica anche io all'inizio, lo ammetto, ma sono rimasta affascinata sin dal primo ascolto.
L'album in questione, scorre che è un piacere, e alla fine dell'LP mi sono ritrovata emozionata quanto basta per dirmi soddisfatta.

Gabrielle qui si cimenta con il suo primo LP completo, dopo una serie di EP pubblicati sporadicamente e abbastanza trascurabili, ad esclusione della magnifica cover "The Power Of Love" . Giovanissima, classe '92, nata e cresciuta in un paesino sperduto della campagna inglese (su Wikipedia non si trovano più di tre righe sulla sua autobiografia), pareva impossibile che potesse maturare tanto talento e invece, eccola qui.
Con un repertorio di brani piuttosto lungo per un'opera prima, la Aplin si cimenta come una giovane Joni Mitchell tra problemi di cuore, esistenziali e sentimentali più in generale.
L'album si apre con "Panic Cord", una ballata baldanzosa - da scusare il gioco di parole scemo - che è un bel biglietto da visita per la nostra. Un mix ingegnoso tra la più datata Dolly Parton e i recentissimi Of Monsters And Men.
"Keep on Walking", si conferma nuovamente come una bella rilettura di quelle che sono le sonorità neo-folk di band come i già citati Of Monsters And Men o come i The Lumineers, con quelle percussioni insistenti in sottofondo e i cori a più voci a colorare le strofe.
"Please Don't Say You Love Me" e "How do You Feel Today", non sono particolarmente brillanti e forse i brani più "infantili" dell'album, ovvero quelli che mostrano meglio la vera età di Gabrielle per contenuti poco originali e dinamiche melodiche poco complesse. Nel complesso però, risultano piacevoli e cosa non trascurabile, estremamente in linea con il resto del lavoro.
Segue "Home", che è entrata immediatamente tra i miei ascolti obbligatori giornalieri: qui la Aplin si cimenta con il concetto universale di "casa", intesa come il luogo dove fare sempre ritorno e sentirsi al sicuro. Parte in sordina, ma poi - con i sempre ben accetti cori che rinforzano la voce principale nei ritornelli - esplode sul finale, con percussioni in primo piano che abbracciano la voce eterea di Gabrielle. La stessa struttura caratterizza la canzone seguente, la più intimista e personale "Salvation"Mi piacerebbe proprio sapere chi o cosa ha ispirato una canzone tanto bella, perché quel "you are the avalanche" che apre le lyrics è proprio da pugno nello stomaco, come tutto il brano, del resto. Pochi accordi al pianoforte e la voce della Aplin amplificata che vanno ad intrecciarsi agli archi a metà brano e il boom finale, che strizza l'occhio ai tipici brani da soundtrack ad effetto. Sono tramortita, colpita e affondo.
Risalgo in superficie e torno a respirare con la dolce e folk "Ready to Question", per poi venire ributtata nelle acque più profonde ed emozionali da "The Power of Love"; delicata all'inverosimile e impossibile da associare nell'interpretazione a una ragazza tanto giovane.
"Alive", ha una magnifica introduzione e un ritmo incalzante fin dall'inizio ma ecco che si distende e si dilata nei chorus pur mantenendo costante la tensione che emerge dal testo; "No, is never your fault".
Con "Human" però si conclude il ciclo di brani memorabili dell'album che termina scemando e perdendo forza, prima con "November", che per carità non è malvagia ma è tanto al sapor di scuole medie, passando poi per "Start of Time" - di cui però apprezzo la costruzione di accordi che fanno da sottofondo per tutto il pezzo e concludendosi con la bonus track, "Take Me Away".

In conclusione, nonostante gli scivoloni qua e là, si tratta di un'opera prima ottima e pregiata, molto curata in fase di produzione soprattutto se consideriamo l'età della sua autrice.
Apprezzo la schiettezza che Gabrielle mette nei suoi brani, creando picchi emozionali di intensità quasi insostenibili, abbinando il tutto a brani piacevoli, adatti a tenere compagnia durante viaggi lunghi.
Una voce giovane e delicata, mai fuori dalle righe - sempre composta e poco costruita - che sposa pienamente il genere che Gabrielle ha scelto di suonare: un bel mash-up tra folk contemporaneo, coutry e cantautorato.
Nella speranza che Gabrielle possa solo migliorare con il passare degli anni, un po' come il buon vino, per il momento va promossa con ottimi voti.

Hope Valentine.

giovedì 20 giugno 2013

"1Q84" di Murakami Haruki - Recensione

"1Q84" - Front cover dell'edizione Giapponese dei libri 1,2 e 3
 voto: **** e 1/2

Prima o poi arriva nella carriera di un artista quell'opera che è la summa di tutto ciò che ha prodotto in precedenza. E di tutto ciò che arriverà poi.
Per Murakami-sama "1Q84", è tutto questo e molto di più.
Sarà difficile per me riuscire a sintetizzare il giudizio su un'opera di tale portata (basti pensare che in tre libri, superiamo un totale di mille pagine), per contenuti e intreccio estremamente complessi.
Impossibile essere imparziale, ma per questo non sono affatto preoccupata; una volta assimilata la lezione che questa storia insegna, non pensi più da un punto di vista oggettivo.

"1Q84", si sviluppa in tre libri (aprile-settembre/ottobre-dicembre), e viene narrato seguendo le vicende alterne di Aomame - istruttrice di educazione fisica per un club di ricchi a tempo pieno e assassina di uomini che usano violenza alle donne, quando necessario - e Tengo, insegnante part-time in una scuola preparatoria, ex prodigio della matematica e romanziere a tempo perso. Il motore della storia è il romanzo "La Crisalide d'Aria", scritto dall'affascinante quanto taciturna diciassettenne Fukada Eriko, che utilizza il nom de plume Fukaeri. Tengo viene trascinato nel progetto dal suo editor - l'anticonformista Komatsu - diventando il Ghost Writer del romanzo e completando la stessa Fukaeri là dove ci sono lacune di scrittura ed elaborazione del testo, nonché caratterialmente. Aomame nel frattempo viene coinvolta in una serie di eventi straordinari che la porteranno ad accorgersi piano piano di non trovarsi più nel 1984, anno in cui la storia all'inizio è ambientata, ma in uno spazio-temporale che lei ribattezza 1Q84; un mondo dove tutto è possibile che ha sostituito quello precedente e dove le normali leggi metafisiche si mescolano all'onirico e all'impossibile. Dove in cielo, stanno sospese due lune; una è grande mentre la "figlia" è piccola, verde e dalla superfice bitorzoluta.
Più la storia prosegue, più Aomame e Tengo - che sono legati dal filo rosso del destino e mai si sono dimenticati nonostante si siano incontrati una sola volta in vent'anni - si avvicinano e le loro strade cominciano a intrecciarsi sempre di più. Le loro sorti si mescoleranno a quelle di una setta religiosa chiamata Sakigake che opera in modo sotterraneo e poco pulito, e a quelle di un investigatore privato che si mette sulle loro tracce ma che si ritroverà ad affrontare qualcosa di troppo grande, Ushikawa.

Il lettore incontrerà una moltitudine di personaggi ben definiti o solo abbozzati ma che fanno da cornice perfetta a una realtà composta da sogni.
Una realtà che affronta le vecchie tematiche care a Murakami e che qui vengono riproposte tutte; c'è il meta-libro e la creazione del romanzo. C'è il rapporto con il sesso e il rapporto tra uomo e donna fatto di puro piacere carnale, passione o violenza.
Il "bene" e il "male" che non sono mai netti; sono solo un equilibrio precario su cui il mondo poggia e all'essere umano non è data altra possibilità se non quella di coesistere con questi concetti tanto astratti quanto reali, qui rappresentati appieno da quelle figure simil-mitologiche che sono i Little People.
La realtà dentro al sogno o viceversa qui permea ogni pagina. L'amore incondizionato e vero che piega i mondi pur di realizzarsi. Ma anche l'amore del tutto eccezionale per il ritmo delle parole e della narrazione stessa.
Io sono riuscita anche a scorgere una critica alla società moderna non troppo nascosta e nemmeno infilata a caso sul finale a mo' di morale; la società è cieca e menefreghista. A pochissimi viene data l'opportunità di venire a conoscenza della verità e di ciò che si cela dietro il velo di Maya. Quelle poche persone, sono coloro che riescono a scorgere le due lune in cielo mentre queste rimangono invisibili a tutti gli altri.

Mi rendo conto che Murakami non è uno scrittore per tutti; chi desidera, per esempio, una spiegazione a ciò che accade pagina per pagina può rinunciare fin da subito a prendere in mano questo libro.
Fatevi un favore: risparmiate i soldi.
A chi non sente il bisogno di una spiegazione spiccia propinata per quietare gli animi, allora potrà trovare la lettura interessante.
Se riuscirà a farsi trascinare dal ritmo a volte incalzante, a volte esageratamente rallentato, del romanzo - non si pentirà una volta arrivato alla fine.

Già, la fine.
Quel finale maledetto che ha lasciato delusi in tantissimi e il cui ritmo al ralenty ha fatto saltare i nervi ai più; abbandonate ogni speranza di una lettura "normale", fin dalle prime righe del libro terzo.
La normalità viene abbandonata completamente proprio in finalità del soggetto narrato e delle tematiche. Non c'è niente di vero o reale ma solo qualcosa di simile al reale.
Perché è dell'anno 1Q84 che il libro parla.
Potrà mai esserci una spiegazione logica per un anno mai esistito e che porta nella sigla la "Q" di question mark?

mercoledì 19 giugno 2013

"The Great Gastby" OST - Recensione

The Great Gatsby OST - Deluxe Edition

voto ***

Recensione lampo di una colonna sonora che sarà un "lampo".
In senso stretto perché ha fatto tanto parlare di sé prima della pubblicazione, ha ricevuto qualche riconoscimento e molte critiche ora che è sul mercato ma di cui ricorderemo poco in futuro. E non perché sia poi così tremenda, intendiamoci, ma nemmeno così sensazionale come il produttore esecutivo Jay Z ci ha voluto vendere.
Ebbene sì, in mezzo a questa commistione di sound e generi c'è proprio il rapper di "The Blueprint" per intenderci, che è uno che di hip-hop ne ha sempre capito un sacco.
Ma questa volta cilecca, non in modo esagerato si capisce, eppure non riesce a centrare in pieno il bersaglio. La colonna sonora presenta picchi altissimi tra brani che sono già cult e fantastiche, tipiche spacconate nigga style, per poi crollare in un buco nero profondo di poca pertinenza con il film (che ho visto e le cui scene in abbinamento ai brani ho ben presente).
Si sa, la colonna sonora  - che sia composta di canzoni vere e proprie o di uno score - è una storia dentro la storia e il massimo assoluto lo si raggiunge nel momento in cui presa singolarmente riesce a narrare pieghe e risvolti che faticherebbero a trapelare con le sole immagini.
E dunque come non apprezzare la cafonaggine stilosa di "100$ Bill": bar nascosto dietro la barberia dove regnano fiumi di alcool, ballerine nere mezzo svestite tra pailettes e lustrini e uomini ricchi e neo-ricchi che sfoggiano tutta la loro potenza sociale ed economica anche solo presenziando in quel luogo malfamato.
O come non amare la scena post-party al ralenty dove una dolcissima - e meravigliosa - "Over The Love" fa da eco infinita? O la versione foxtrot di "Young And Beautiful" durante i festeggiamenti sfrenati che diventa poi theme d'amore tra Gastby e Daisy? O "Together" dei The xx che, eterea, torna più volte a mano a mano che ci si avvicina verso il finale.
Tutti momenti meravigliosi che si sono impressi nella mia mente come fotografie al negativo.
E ce ne sarebbero altri che non sto ad elencare perché poi penso a certi passi falsi da paura come la presenza di un remix inutile di "Over The Love" (ancora?!), o la cover spaventosa in stile jazz anni '20 di "Crazy in Love" : voglio dire, va bene cercare dell'autocompiacimento ma addirittura arrivare ad autocompiacersi anche per le hit della propria moglie no, eh! E Beyoncé in prima persona coverizza a sua volta un'altra grande hit (ma che sta almeno cinque spanne sopra alla sopracitata), che è quella meraviglia di "Back to Black" di Amy Winehouse qui rovinata nel suo significante dalla presenza di Andrè 3000.
Niente da dire sulla cover di Jack White del brano degli U2, "Love Is Blindess" (esplosione orgasmica nel padiglione auricolare).
Ma voterei zero Gotye che per quanto io adori, qui coverizza se stesso in un vecchio brano facente parte di un album addirittura del 2006. Fantasia zero. Eppure i ri-arrangiamenti sono ottimi e questo mi ha fatto venire ancora più rabbia.
Menzione d'onore per il brano di Sia, "Kill And Run", composto appositamente per il film e che sul finale ha un crescendo da brividi sottopelle. Non commento nemmeno invece i due brani tamarrissimi (ok, il commento mi è scappato lo stesso), di will.i.am e Fergie: non appena ne sento le prime note premo il fast-foreward.
La versione Deluxe è apprezzabile perché presenta la versione orchestrale di "Young And Beautiful" della Del Rey che devo dire, rende il doppio grazie all'arrangiamento curato da Craig Armstrong. Di tutti gli altri extra, facevamo anche a meno.

Per quanti pregi questa colonna sonora abbia, nel complesso si perde molto del quadro generale e non si riesce a percepire con chiarezza tutta la grandezza che forse si desiderava trasmettere.
Riprovaci, Jay Z.

Ascolti consigliati; "100$ Bill", "Love Is Blindness", "Love Is The Drug","No Church In The Wild", "Over the Love", "Together", "Kill And Run", "Young And Beautiful (DH Orchestral Version)".

Hope Valentine.







mercoledì 5 giugno 2013

She & Him, "Volume 3" - Recensione



She & Him - Volume 3
voto ** 1/2

Ok, forse con il voto sono stata un po' cattiva. E' impossibile non adorare gli She & Him, duo americano molto alternativo capitanato dalla bella Zooey Deschanel accompagnata dall'inseparabile Matt Ward. Zuccherosi e svenevoli fino al tracollo. Di chi ascolta.
Appunto.
Seriamente, la loro ultima fatica,"Volume 3" (che fa seguito a un "Volume One" e a un "Volume Two", perché i ragazzi hanno molta fantasia), non è così disprezzabile come si potrebbe capire da questo incipit. Eppure non mi convince appieno.
Per chi non li conoscesse, è facilmente interpretabile dalla copertina qui accanto che il duo in esame tratta materiale vintage. Molto vintage. Non che sia per forza un male - io sono fanatica del vintage, per esempio.
Il problema fondamentale a mio avviso è che l'album manca di inventiva. E' esplicitamente, palesemente, dichiaratamente, il seguito degli album precedenti, nonché riconferma dello status di cantori di canzoni "d'ammmore" anni '60. 
Non che sia un male, ripeto, ma arrivata alla traccia numero quattro - "I Could've Been Your Girl" - non ce la faccio più e devo interrompere l'ascolto per pericolo diabete in agguato dietro l'angolo.
Lo riprendo dopo un po' di tempo, magari qualche ora in cui sono riuscita a depurare il mio organismo, e riesco ad arrivare fino alla fine.
Al che mi accorgo che non è affatto un prodotto fatto male e tirato via e che qualche cosa di interessante ce l'ha. La produzione è ottima e molto raffinata. Zooey non è mai stata una gran chanteuse, ma è proprio questo il suo fascino.
Allora cosa è andato storto? Niente, questo è il punto: sembra il compito in classe del secchione di turno che si cimenta in una ricerca sui sound che hanno caratterizzato il rock bianco degli anni '50 e'60, con qualche incursione negli anni '70.
Troppo perfetto, troppo di plastica in tutta la sua dolcezza disarmante.
Le lyrics di Zooey si fanno più mature ma parlano quasi sempre della stessa cosa: "I've Got You're Number, Son", omaggio al surf-rock dei Beach Boys. La malinconica "Turn To White" e la baldanzosa "Somebody Sweet To Talk To". Immaginate un po' di che cosa parlano?
Le cover si salvano, come "Baby" o "Sunday Girl", e c'è perfino qualche guizzo di originalità con una spruzzatina di jazz a far capolino come un clandestino beccato allo sbarco senza documenti: "London", è forse il momento più alto dell'album e il più ispirato della Deschanel.
"Hold Me, Thrill Me, Kiss Me" è Elvis Presley 2.0 ma apprezzabile come una vagonata di zucchero filato assunto nell'arco di un intero pomeriggio.
E quel "Reprise (I Could've Been Your Girl)": dopo il primo minuto di "Uhuhuhuhuh", ci ho rinunciato e ho fatto ripartire l'album dalla traccia numero uno.

Le tre stelline non potevo darle, proprio per coerenza morale. Nonostante ci troviamo tra le mani un album, come già detto, dalla fattura pregiata.
E nonostante io adori questo duo e ogni tanto passi il tempo a fantasticare sulle note dei loro brani - in estate e durante i lunghi viaggi in macchina sono ottimi - non posso comunque dire che gli She & Him si siano impegnati troppo.

Ascolti consigliati; "I've Got Your Number,  Son", "I Could've Been Your Girl", "Snow Queen", "Sunday Girl", "London".

Hope Valentine.

lunedì 27 maggio 2013

"Warm Bodies" di Isaac Marion - La Recensione


Warm Bodies front cover - Isaac Marion



voto *** 1/2

Ho iniziato a leggere questo romanzo prendendolo come una breve e leggera interruzione alla lettura del libro di Clavell (quel mattone di "Shogun"). Mi sono detta "Perché no?", nonostante la frase di Stephenie Meyer piazzata in copertina che per me è stata più un deterrente che uno stimolo.
Ero curiosa, come sempre, per cui ho ceduto e non me ne sono pentita, affatto.
Il libro d'esordio di Marion - che prende forma da un suo vecchio racconto breve - è un romanzo ironico, molto cinematografico (non a caso ne hanno tratto un film), e con più di una morale al suo interno, nascosta neanche troppo tra le righe.

Il romanzo parla di R, uno zombie con una coscienza molto più viva del suo corpo. Purtroppo la sua condizione di mostro lo porta a limitare le relazioni sociali quasi allo zero - non fosse per il suo migliore amico M - e a seguire esclusivamente quell'istinto potente e atroce che è la sua fame di carne viva.
Durante una battuta di caccia mangia il cervello di Perry Kelvin e inaspettatamente ne assorbe completamente i ricordi e i sentimenti. Evento che lo porterà a proteggere Julie, la ragazza di Perry, con la quale instaura lentamente uno strano ma dolce rapporto. Questo è un mondo dove i cambiamenti non sono graditi e i due ragazzi avranno parecchi ostacoli da superare prima di poter finalmente vivere insieme in armonia.

Devo dire che durante la lettura mi sono ritrovata a ridere parecchie volte: nonostante R, il protagonista, sia uno zombie che fatica a comunicare con il mondo che lo circonda, all'interno della sua testa c'è un intero universo che viene mosso dalle sue continue domande e osservazioni fatte in solitaria. Ed è molto divertente. Quello che intendo dire è che la mente di R è molto affascinante e decisamente acuta e non è semplice per un autore riuscire a creare questo tipo di dinamica senza il rischio di far annoiare a morte il lettore.
Il quasi continuo flusso di coscienza di R invece, è scorrevole, con guizzi di ironia e un'umanità infinita che fa impallidire quella di certi altri personaggi che sono molto più vivi del nostro protagonista.
La storia può sembrare solo una versione di Romeo ("R"omeo), e Giuletta ("Julie"t, la co-protagonista), post-apocalisse. Le tematiche sono invece molto più profonde perché si affronta il razzismo e la paura del "Diverso", per passare poi alle conseguenze di una devastazione dovuta all'incuria dell'uomo, soprattutto verso se stesso.
La de-umanizzazione della razza umana, sia negli zombie che negli stessi vivi è un altro tema centrale. Lo stretto confine tra la vita e la morte e il desiderio di vivere appieno nonostante le difficoltà - in questa storia rappresentate all'estremo dalla condizione di zombie di R.
L'amore e il suo potere di guarigione del cuore da quelle che sono le ferite inferte dall'esistenza qui rappresentate dall'infezione che trasforma i vivi in morti che camminano: una sorta di grande metafora della società moderna.
Lo stile narrativo di Isaac Marion, come accennavo prima, è cinematografico e quindi dinamico, tutto declinato al presente. La vita è qui e ora e va affrontata, pare dire a ogni rigo.
Marion non è un grande paesaggista: spesso e volentieri gli ambienti in cui i suoi personaggi si muovono sono talmente desolati e in rovina che non vale mai troppo la pena di soffermarsi su dettagli che ormai sono stati cancellati dalle guerre e dall'infezione. Ciò che interessa il nostro autore sono i rapporti interpersonali e la crescita unita alla guarigione del nostro protagonista.
Anche il personaggio di Julie è ottimo; anticonformista, indipendente e ragazzina nel suo essere donna sopravvissuta alla sofferenza più cruda; non crea antipatia né avversione ma anzi, forse per lo spiccato "istinto da crocerossina" insito in ogni donna, si viene a creare molta empatia con lei se sei lettrice. Te ne innamori se sei lettore.

Non voglio rivelare oltre; "Warm Bodies", è una lettura fresca e veloce che vi terrà un'enorme compagnia nel caso decideste di avventurarvi tra le sue pagine. Non è il romanzo del secolo, ma il romanzo adatto al secolo e alla società in cui viviamo.
Magari vi farà pensare come è accaduto a me. O magari vi strapperà solo qualche sorriso il che non è male, nemmeno un po'.

Hope Valentine.


venerdì 10 maggio 2013

James Blake, Overgrown -- Recensione

James Blake--Overgrown
voto **** e 1/2

Eh già, ho tutte le intenzioni di osannare questo LP.
Incuriosita dalla recensione negativissima e pesantissima assegnata da Rolling Stone Italia, ho voluto ascoltare anche io questo album tanto per capire se dovevo aggiungermi al coro dei "A morte!!", oppure no.
Invece sono rimasta imbrigliata nella rete emotiva che James Blake costruisce; impigliata senza possibilità di tornare indietro e mai pentita di avere fatto una passo verso l'ignoto.
Ignoto perché ammetto che mi ero persa il suo album d'esordio del 2011, osannato dalla critica come un masterpiece (eh, abbiate pazienza; non faccio il mestiere di critico musicale e non sono neanche lontanamente dell'ambiente per cui le mie possibilità di venire a conoscenza di nuove uscite è assai limitata), tanto che si sono dovuti inventare un nuovo nome per definire la musica di questo giovane musicista: post-dubstep (-soul).
Comunque, se vi lascerete trascinare all'interno di questo LP intenso, muscolare, studiato fino al dettaglio più insignificante, cerebrale ma liberatorio allo stesso tempo, non ve ne pentirete.
Fin dal primo brano - la title track Overgrown -  la voce ambivalente di James Blake trasmette intensità e intenzione; alti e bassi - anzi, altissima catarsi e bassissima introspezione - desolazione dell'anima e beat malinconici.
Un uso della voce classicamente soul che si mescola a suoni elettronici perfetti, pieni e corposi.
Life Around Here per esempio, ha una base simil trip-hop su cui scorre la voce vellutata di Blake che ti accarezza l'anima con fraseggi e costruzioni vocali puramente soul-gospel.
Si passa da intricate realtà psicologiche dettate da beat e registrazioni in loop di schemi vocali strazianti, a brani semplici dove è il pianoforte a primeggiare perfino sulla voce; come in Dlm che scorre con amarezza e solida tristezza.
Oppure To the Last, che è emotivamente perfetta: la vocalità di Blake si avvicina in maniera pericolosa a quell'intensità propria di un'interpretazione di Antony Hegarty o di un ispiratissimo Bon Iver.
Lentamente si scivola verso la dolce e pacata conclusione di questo album che nella versione Deluxe si conclude con una Every Day I Ran; qui c'è più caos, il disagio di chi vive da disadattato è palpabile. Sembra un esorcismo, potrebbe suggerire disordine e perdizione ma nella quasi totale mancanza di lyrics sensate e compiute e nella sistematicità dei beat, l'ordine c'è eccome.
Sperimentazione coraggiosa anche nelle collaborazioni presenti in questo full-length: Take a fall for Me, è un mezzo demone con cui combattere. Prima delle due collaborazioni presenti nell'LP, è forse il brano meno collocabile perché spezza un po' l'andamento generale dell'album. Il featuring di RZA (leader di fatto del Wu Tang Clan), è un hip-hop sintetizzato, sommesso e non troppo di classe come invece arriva all'orecchio il resto del lavoro di Blake.
Mentre l'altra collaborazione dell'LP è quella con Brian Eno, che ho preferito: Digital Lion è una sorta di danza tribale claustrofobica composta da quattro minuti intensi, metodicamente perfetti fatti di sinth e un' alternanza di voce e post-dubstep ridotto all'osso.

Dopo averlo ascoltato un paio di volte ho ben capito perché chi ama il rock puro e crudissimo - e soprattutto non ha la mente abbastanza aperta ma rimane fossilizzato su preconcetti dell'era mesozoica - non possa apprezzare un album di questo calibro:
troppo introspettivo, troppo lento e troppo studiato nel dettaglio per chi apprezza i sound immediati e molto più istintivi del rock n' roll (che è poi lo stesso mondo da cui "provengo" io).
Eppure le persone che lo hanno stroncato sono le stesse che magari osannano Nick Drake, morto forse suicida giovanissimo e cantautore dell'introspezione e dell'emotività più cupa.
Io sono convintissima invece che scegliere percorsi alternativi sia tutt'altro che una mossa logica o studiata a tappeto ed è per questo che nonostante tutta la ricerca, la preparazione pre-registrazione, io riesca a vedere l'immediatezza e la genuinità di questo ragazzo che riesce a esprimersi solo mescolando generi all'apparenza opposti, in un nuovo modo di comunicare e fare musica.

Ascolti consigliati: "Overgrown", "I Am Sold", "Life Around Here", "Retrograde", "To the Last" e "Our Love Comes Back".

Hope Valentine.

mercoledì 17 aprile 2013

Paramore--Paramore, recensione. "Some of us have to grow up sometimes, and so, if I have to, I'm gonna leave you behind"

Paramore--Paramore
voto *** e 1/2


Ho voluto inserire nel titolo questo verse del brano Grow Up, perché emblematico della nuova produzione della band pop-punk americana Paramore.
Dal 2009, anno di pubblicazione del loro ultimo album - l'acclamatissimo dai fan e premiatissimo in quanto a vendite, Brand New Eyes - non si erano più fatti sentire con nulla di nuovo. Solo qualche live sporadico, qualche versione acustica di vecchi brani e singoli inediti qua e là per quietare le masse scalpitanti di teenagers affranti. Separatisi e poi riformatisi, sopravvissuti al ciclone del successo, cresciuti ma non troppo e con una formazione di nuovo ben salda, sono tornati per farci scatenare ancora una volta.

Che il loro intento sia quello di fare capire agli ascoltatori che sono cresciuti e sono riusciti a passare sopra alla scissione del gruppo, è chiaro fin dal primo brano, Fast In My Car, dove cercano disperatamente di prendere le distanze da quella che è stata la loro produzione fino ad ora. Nel caso fosse proprio così e non un mio viaggio: epic fail, devo dire. Il brano nel complesso è piacevolissimo e dal ritmo incalzante ma non fa così tanto la differenza come vorrebbe la band per quanto siano apprezzabili i riferimenti nel testo ad album del passato come Riot, come a voler sottolineare il passo avanti fatto.
Segue l'ormai noto singolo Now, dalle tematiche un po' più mature e dalla chitarre un po' più incazzose, ma dalla ritmica ri-trita e dalla produzione un po' piatta.
Grow Up, eccola alla posizione numero tre a fare da spartiacque: nulla di strepitoso - lineare come solo un brano pop-punk può essere (!) - ma molto piacevole soprattutto perché da qui in poi comincia a risaltare il miglioramento fatto dalla voce di Haley Williams che diventa sempre più brava ogni anno che passa.
Alla numero quattro troviamo una canzone molto "paramoriana"; una Daydreaming ambientata nella Los Angeles in cui la band si è trasferita da qualche tempo a questa parte e da cui ha ricominciato da zero. Molto simbolico, devo dire.
Cominciano le sorprese con Interlude: Moving On... un ukulele?! Ma sono diventata sorda io oppure si tratta veramente di uno strumento totalmente inedito per questa band? Scherzi a parte, questo piccolo intermezzo che poi proseguirà con delle ideoligiche parti II e III (Holiday e I'm Not Angry Anymore), non hanno un senso logico particolare. La loro presenza è giustificata dal fatto che fanno raggiungere all'intero LP quota ben 17 inediti, e spezzano un po' il ritmo generale dell'opera che tra alti e bassi caracolla lentamente verso il finale. Al momento li trovo piacevoli e non fastidiosi o inutili, la loro funzione è puramente di intrattenimento e non hanno la pretesa di essere considerate delle punte di diamante; raccontano la storia di una persona qualunque - uno chiunque di noi - che passa attraverso le varie fasi della vita, descritte in pochi minuti di voce e ukulele.
Con Ain't It Fun si comincia a carburare. Brano grezzo e ancora immaturo ma è già un grande passo avanti rispetto a quello che i Paramore sono stati fino a ieri; giro di basso funky messo ben in evidenza davanti alla chitarra e finale con coro gospel da u-r-l-o. L'unica pecca sono le parti synth che risultano un po' troppo piatte e bidimensionali.
Part II si presenta come la ripresa del vecchio, con rielaborazione in nuovo: una sorta di auto-celebrazione e celebrazione ai fan che potrebbero riconoscere il brano originale solo se assidui ascoltatori (per la cronaca, trattasi della rielaborazione del brano Let The Flame Begin, comparso sul secondo full length della band, "Riot". Non è stato nemmeno un singolo e non ne esiste una versione "lyrics video").
Molto carina invece, Last Hope che trovo anche molto diversa dalle ballad proposte in passato dalla band. L'andamento è molto lineare e melodico, decisamente catchy il ritornello, con chiusura corale che più adatta di così non si poteva. Ottima.
Uscito poco prima dell'LP, abbiamo il singolo Still Into You; anche qui nelle lyrics troviamo riferimenti ai vecchi lavori della band - ditemi che non li vedo solo io - e in sé per sé il brano non è nulla di originale ma la voce della Williams è cristallina e potente e risolleva qualsiasi brano che sia un ciofecata mondiale o meno.
Anklebiters, è proprio punk - sia per ritmo che durata - e caricata a molla per esplodervi nelle cuffie e, ci voleva proprio dopo esserci rilassati con i due brani precedenti. Proof, comincia bene e poi si perde un po' nell'anonimato forse proprio perché sta in coda a un proiettile del calibro di Anklebiters.
Hate To See Your Heart Break è uno di quei pezzi così ruffiani e tutto sviolinate che farebbe piangere anche il fan più accanito di David Guetta. Credo si tratti di uno di quei brani puramente cinematografici, perfetti per essere scelti come parte dell'OST di un qualche film comico-romantico. Ma forse volo troppo di fantasia.
A seguire troviamo una chicca, molto meglio del brano precedente, (One Of Those) Crazy Girls; intro impeccabile, con una sessione ritmica delicata ma perfettamente in tema e intelligente utilizzo di archi e cori che fanno da sfondo perfetto per la storia d'amore messa in scena. Divertentissima.
Be Alone è un altro pezzo veramente "paramoriano", il che non vuole essere una definizione ma solo un dato di fatto... cioè quelle sonorità già presenti a livello embrionale nei precedenti lavori che qui vengono tirate fuori con più decisione e rielaborate nel nuovo gusto musicale della band. Il sound è quello del primissimo "All We Know Is Falling", ma reso più adulto e adattato a un pubblico che può oscillare dai neofiti teenagers ad ascoltatori ora più maturi che seguono la band dagli esordi.
L'album si chiude con il pezzone Future: al primo ascolto è stato subito amore.
Giuro che se il titolo vuole essere foriero della strada che i Paramore vorranno musicalmente percorrere in futuro, ne sono più che felice e li seguirò finché avrò cent'anni. Cattivone, nudo e crudo. Otto minuti di apprezzabile e sporco rock e io sono soddisfatta perché anche se abbiamo fatto un po' di fatica siamo giunti a giusta conclusione di un album sperimentale - a causa di un sound ancora da definire e che non ha trovato una compattezza ideologica il che lo rende frammentario e ancora un po' incoerente - e di passaggio.
Le lyrics nel complesso sono ancora acerbe, i Paramore non hanno ancora raggiunto quella maturità compostiva che permetterebbe loro di fare il passo avanti che tanto agognano.
Sono ancora lì, a metà via tra l'università e il mondo del lavoro, tanto per fare un paragone, ma il futuro fa ben sperare:

"So, just think of the future,
Think of a new life.
And don't get lost in the memories,
Keep your eyes on a new prize."


Future, Paramore.


Hope Valentine.